Un prodotto sano è ….

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Ho chiesto ai miei alunni di indicarmi le caratteristiche che, secondo loro, deve avere un prodotto alimentare per essere considerato “genuino” e meritevole di essere acquistato. Ho scoperto che ogni risposta aveva a che fare con il lavoro ben fatto, con la collaborazione, con il rispetto. Mi aspettavo che mi indicassero cibi biologici e, invece, ho compreso che la genuinità aveva a che fare con relazioni autentiche, con il lavoro svolto come vocazione. Ho imparato che le produzioni agricole sono, prima che prodotti, frutti relazionali tra contadini e consumatori finali, che la buona economia è collaborazione e non competizione. L’esatto opposto di quanto accade nel mondo in cui si è affermato il consumismo. Ci siamo sempre più abituati ad acquistare frutti provenienti da produzioni intensive, allevati come polli in batteria in spazi ristretti, disposti in filari stretti per massimizzare la produzione, in tempi che niente hanno a che fare con il ciclo naturale di quelle produzioni. Da gennaio a dicembre le piante sono spinte a produrre, per rispondere a finti bisogni generati da abili esperti di marketing che hanno convito, sempre più consumatori, a comprare senza fare troppe domande. Tutto questo dimenticando che la terra è uno straordinario sistema di relazioni in cui la vita è ospitata, è frutto di milioni di anni di evoluzioni generate da errori e insuccessi ma anche da invenzioni e sviluppo sostenibile. Perché trascurare tutto questo in nome del dio denaro? Mercanti insaziabili hanno lavorato per creare consumatori affetti dalla sindrome degli acquisti compulsivi, pronti ad acquistare cibi e prodotti inutili (e in troppi casi dannosi). Il nostro cibo quotidiano è pieno di pesticidi, farmaci, anticrittogamici, concimi sintetici: assieme al cibo ingeriamo quantità enormi di sostanze chimiche. Abbiamo inventato l’agricoltura intensiva per mangiare melanzane, cetrioli, pomodori, fragole o zucchine, tutto l’anno. Il valore dell’attesa, il saper aspettare, il saper assaporare: sono tutte azioni che ci fanno pensare al passato, a un mondo che non c’è più. Osho, a questo proposito, scriveva: «Se vuoi portare rose nel tuo giardino, dimenticati le rose e prenditi cura del roseto . Nutrilo, annaffialo, controlla che riceva la giusta quantità di sole e di acqua. Se hai pensato a tutto, al momento giusto le rose spunteranno. Non puoi costringerle a spuntare in anticipo, non le puoi forzare; né puoi chiedere a un cespuglio di rose di essere più perfetto». Forzare i tempi naturali delle produzioni allo scopo di massimizzare i profitti genera qualche utile ma tantissimi problemi. Il nostro vocabolario si è

ultimamente arricchito di nuovi termini come encefalopatia spongiforme bovina, organismi geneticamente modificati. Piante e lavoratori trattati come macchine da produzione al servizio del mercato che, in questo modo, costituisce una minaccia quotidiana alla salute

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pubblica. La crisi di oggi è il punto di arrivo di un modello di sviluppo non più sostenibile e che vede nei sistemi agricoli e di produzione del cibo i settori dove maggiormente esplodono le contraddizioni. Questo è il secolo della contrapposizione tra cultura e agricoltura, tra città e campagna, tra lavoro e rendita, tra collaborazione e competizione, tra etica ed economia. E’ ora di andare oltre a questa pericolosissima e sterile lotta fratricida, riscoprendo l’agricoltura, intesa come la sintesi di quelle culture e di quei saperi antichi e moderni che ci possono permettere di tornare a vivere in armonia col pianeta, riscoprendo i sapori autentici del cibo riappropriandoci del valore del tempo. C’è un brano biblico che, invece, ci ricorda che c’è un tempo per ogni cosa: «Per tutto c’è un momento, un tempo per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere, e un tempo per morire, un tempo per piantare, e un tempo di sradicare ciò che si è piantato». Montale ha espresso lo stesso concetto con una semplice frase: Tutte le cose portano scritto più in là! Franco Portelli

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