Da costruttori del “bello” a mercanti insaziabili

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In questo mondo in cui si ha l’impressione che l’unica molla in grado di muovere l’uomo sia il denaro e il lavoro inteso come mezzo per arricchirsi, mi capita sempre più spesso di fermarmi a guardare i muri a secco. Rimango incantato al pensiero che a tenere quelle pietre legate (anche per secoli) non è il cemento, la malta o un collante innovativo, ma il lavoro ben fatto. Il muro a secco, infatti, è un particolare tipo di muro costruito con pietre di varia forma e dimensione opportunamente incastrate. Immagino uomini intenti a “scolpire” quelle pietre, una per una, a intaccarle con precisione per consentire di rimanere unite per sempre. Si può fare un lavoro così non certo per denaro o ricompense varie. A muovere quegli uomini è stata (e in alcuni casi è ancora) la consapevolezza di voler comunicare la bellezza che diventa ricchezza, la cultura che crea sviluppo, la storia che diventa futuro. Questo miracolo nasce in una terra straordinaria che è riuscita a fare della sua marginalità geografica un punto di forza, creando un luogo unico in cui “coltivare” il gusto del lavoro ben fatto. Nell’estremo sud dell’Italia c’è un luogo[1] in cui si estende una piccola provincia dove solo il tramonto sul mare la separa dalla vicina Africa. Un posto “magico” dove è possibile comprendere cosa vuol dire lavoro ben fatto, guardando i muri a secco. Scriveva Charles Péguy[2], a proposito del lavoro, che un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta per sé, in sé, nella sua stessa natura. Esigevano che quella gamba fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio con cui costruivano le cattedrali. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.

Intravedo in quelle parole una descrizione precisa di quei lavoratori che hanno costruito muri a secco in territorio ibleo.

Ogni cosa, dal risveglio, era un ritmo e un rito e una cerimonia. Ogni fatto era un avvenimento consacrato. Ogni cosa era una tradizione, un insegnamento; tutte le cose avevano un loro rapporto interiore, costituivano la più santa abitudine. Tutto era un elevarsi, interiore, e un pregare tutto il giorno: il sonno e la veglia, il lavoro e il misurato riposo, il letto e la tavola, la minestra e la carne, la casa e il giardino, la porta e la strada, il cortile e la scala. Dicevano per ridere, e per prendere in giro i loro curati, che lavorare è pregare, e non sapevano di dire così bene.

La causa della crisi che stiamo vivendo è, forse, da ricercare nella perdita di quel modello di lavoro. Ci siamo trasformati in una società che possiamo definire “orizzontale”, per contrapporla a quella “verticale” di chi era abituato a rivolgere gli occhi verso il cielo. Abbiamo perso il senso del Mistero pensando di poterlo sostituire con la tecnologia e con l’efficienza. Eppure, proprio ora che abbiamo “toccato il fondo” siamo chiamati a uscire dalla crisi lavorando così come si faceva quando si costruivano muri a secco. Siamo (perché è nella nostra natura) anche noi invitati a quella gioia che rende possibile lavorare con gratitudine e con frutto, con gli occhi fissi al cielo. In questo tempo dove prevale la cultura dell’usa e getta, la stessa dei fazzolettini per pulire il naso, ed è sempre più difficile provare emozioni vere perché impegnati a cercare di far soldi, il lavoro ben fatto che ha trovato il modo di diffondersi nella cultura contadina e nell’agricoltura, può offrire un rifugio a chi ha ancora voglia di cose “vere”, “autentiche”, “inimitabili”, proprio come i muri a secco di Ragusa. Un lavoro ben fatto non può che nascere da un gusto per la vita come apertura alla bellezza, che si manifesta nello stupore davanti ad un dipinto straordinario come a un pomodoro gustoso, come a un servizio di vendita attento al consumatore, come a un atto di acquisto consapevole, come a una bella musica suonata da un’orchestra di comunione.

Come abbiamo potuto dimenticare la cultura della bellezza ed esserci trasformati in “mercanti” alla ricerca di soldi e di successo senza sudore?

Diceva Henry David Thoreau: “Non ho alcun rispetto, né per le fatiche, né per il podere di colui che porterebbe al mercato persino il paesaggio e il suo Dio, potesse ricavarne qualcosa; che va al mercato per il suo dio, il guadagno, e sul cui podere non c’è nulla che cresca liberamente; i cui campi non danno messe, i cui prati non danno fiore, i cui alberi non producono frutti ma dollari”.

Qual è dunque bellezza che può salvare la nostra economia e che può tirarci fuori da questa crisi?

È la bellezza del lavoro dei costruttori di “muri a secco”, quella bellezza che tiene assieme il buono, il vero e il bello. Quella bellezza che c’è stata testimoniata dai costruttori del bello che hanno realizzato il paesaggio ibleo[3]. Non costruivano cattedrali, per le quali sarebbe stato normale impegnarsi al massimo perché potenziale meta di tanti visitatori, ma semplicemente muri, in molti casi, collocati in sperdute campagne. Non ci si mette a discutere di un gesto così, si può solo provare stupore, ammirazione, riconoscimento.

Mi viene in mente un passo del Piccolo Principe, quello che parla dell’amicizia tra il piccolo principe e la volpe. Attraverso questo legame la volpe gli dice che, ogni volta che guarderà un campo di grano, penserà ai capelli biondi del piccolo principe. Mi piace pensare all’amicizia con chi, costruendo quei muri unici, a distanza di tanti anni mi fa dire oggi: “Ogni volta che guarderò quelle pietre scolpite penserò al lavoro ben fatto, ad un’economia buona che mi fa credere nella possibilità di un futuro migliore”.

[1] La Provincia di Ragusa.

[2] L’Argent, pubblicato nel 1913 dans les Cahiers de la Quinzaine, edito da République des Lettres; 1 edizione (8 gennaio 2014).

[3] Ibleo significa della Provincia di Ragusa.

Franco Portelli

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