Ragusa 2020, serve in economia e anche in politica un nuovo giubileo

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La rabbia sembra essere una delle caratteristiche più accentuate nel mondo di oggi dominato dalla crisi, ma la rabbia porta con sé il rischio di “vivere a metà”, di sprecare una parte importante del proprio tempo, di non contribuire alla soluzione dei problemi, di sfumare i contorni, di perdere i dettagli e di non prendere sul serio l’esistenza. Sono convinto, invece, che serve in economia e anche in politica, un nuovo giubileo, nel senso biblico del termine. Occorre ritrovare una nuova dimensione delle relazioni, dove il perdono, l’ascolto e la condivisione si sostituiscano all’odio, alla denigrazione e alla lotta. Solo così sarà possibile affrontare i nuovi e complessi problemi che stanno impoverendo, non solo economicamente ma anche culturalmente, il nostro Paese. Anche nella nostra piccola e laboriosa provincia da qualche tempo stiamo assistendo ad un lento e costante impoverimento che spinge sempre più giovani a cercare lavoro in altre realtà geografiche e che costringe sempre più persone a uscire dal mondo del lavoro, perché licenziati o non più in grado di entrare nel sistema produttivo. Se queste sono colpe attribuibili all’economia e alla politica, ci sono responsabilità che, invece, devono essere imputate alla società civile. E’ passata l’idea che a risolvere i problemi dell’economia debbano essere solo le istituzioni: le amministrazioni locali, il governo o, più in generale, i politici. Eppure la scienza economica ci ha insegnato che i veri cambiamenti, i soli in grado di ottenere risultati strutturali, non si realizzano mai solo con la politica. E’ percepibile, oggi più che mai, un’assenza di nostalgia del futuro, una rassegnazione che, nella migliore delle ipotesi, si trasforma in rabbia e contestazione. Anche nei sogni, siamo spinti a pensare con “il freno a mano tirato”, per la paura di

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agire, di fare sacrifici, di assumerci le conseguenti responsabilità. E’ importante tornare ad avere quella che mi piace definire “fame di realizzazione”, in modo da essere nuovamente motivati a sacrificarsi per raggiungere obiettivi importanti. E’ proprio nei momenti di crisi che c’è bisogno di impegnarsi di più, alzando “l’asticella” non accontentandosi di piccoli risultati o della semplice sopravvivenza. Si può restituire al nostro Paese la dignità che gli spetta solo con il contributo di ciascuno di noi: è con l’impegno pieno e convinto della società civile che si cambia veramente. Non esistono formule di politica economica che, da sole, possano far correre l’economia. Serve, invece, per raggiungere traguardi così importanti, un coinvolgimento di tutti. Dove per tutti intendo ciascuno, a secondo dell’attività che svolge. Immaginiamo cosa potrebbe accadere se ciascun abitante del nostro Paese, sia esso studente, professore , imprenditore o lavoratore, si rendesse conto delle potenzialità di quanto appena analizzato e decidesse di impegnarsi per “cambiare” nel suo piccolo il mondo. Cosa accadrebbe se invece di rassegnarsi, imprecando contro ciò che i politici non fanno, ciascun abitante decidesse di contribuire, con ciò che può, a rendere straordinario il luogo in cui vive? Mi piace ricordare, a questo proposito, un pensiero

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di Don Julian Carron. «Sentire urgere dentro di sé le esigenze di felicità, di bellezza, di giustizia, di amore, di verità, sentirle vibrare, ribollire in ogni fibra del nostro essere è inevitabile, tranne che uno sia una pietra. Prenderle sul serio è una decisione, la decisione più grande della vita. Dalle conseguenze imprevedibili. Solo per audaci. Solo per gente viva, libera, capace di volersi veramente bene. Per gente che vuole vivere all’altezza dell’ideale a cui il cuore spinge senza sosta.». Quando, ancora oggi, vedo nelle nostre scuole, e ce ne sono tanti, giovani che prendono sul serio l’esistenza e si impegnano al massimo in tutto ciò che fanno, rimango affascinato e penso che ancora non è tutto perduto. Che dalle ceneri di questa società delusa e arrabbiata possa risorgere una nuova classe dirigente che, sentendo tutta la responsabilità della costruzione di un futuro migliore, possa cercare nell’impegno e nel lavoro l’antidoto alla rassegnazione e all’immobilismo. E’ questa una speranza che nutro vivamente e forse anche la vera ricetta per uscire da questa crisi. E’ nel sognare un Paese che cresce, nel puntare agli obiettivi più nobili, nell’offrire le nostre competenze e il nostro tempo per costruire un futuro migliore che noi diamo un senso alla nostra esistenza, nella consapevolezza che troveremo la nostra gioia nella gioia degli altri.  

Franco Portelli

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